Gli statuari

Dopo la peste del 1656, l’arte statuaria locale,  cui ferdinando I d’Aragona aveva, nel 1475, confermato il privilegio dell’esclusiva in tutto il regno di Napoli (pena una multa di cento once), conobbe una straordinaria fioritura.

Esempio di statuaria micaelica

Statue raffiguranti l’Arcangelo vennero infatti collocate in edicole, sugli architravi delle abitazioni, nelle piazze, per sacralizzare l’intero territorio e renderlo immune da malattie e calamità naturali. I sammecalère invasero il mercato e lavorarono a ritmo continuo, nelle loro botteghe situate nell’area adiacente l’atrio di ingresso della Basilica. Il prodotto divenne talmente commerciale che si fabbricarono esemplari di ogni dimensione e per tutte le tasche, fino alle statue smontabili per viaggiatori, da riporre in apposite cassettine e trasportare agevolmente e senza rischio.

I sammecalère si tramandavano la loro arte di padre in figlio: Di Iasio, Perla, Bisceglia sono solo alcuni dei nomi delle famiglie degli statuari di Monte. La loro attività durò fino ai primi del nostro secolo, quando la parabola discendente del culto pubblico fece diminuire notevolmente la richiesta e, la loro produzione, fu sostituita da materiali meno costosi e più facilmente reperibili, come plastica e resina, utilizzati per esemplari seriali finalizzati soprattutto al turismo religioso. Attualmente sono rimaste pochissime botteghe artigianali nelle quali si può veder nascere dalla pietra o dall’alabastro i tratti dell’Arcangelo; si tratta quasi sempre di prodotti destinati ad amatori o collezionisti.

 

Esempio di statuaria micaelica

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