Le origini del Culto

A partire dal IV secolo, il culto dell’Arcangelo Michele è ampiamente diffuso in Egitto, in  Asia Minore e a Costantinopoli, dove si caratterizza per alcuni elementi che si ritroveranno successivamente nella tradizione cultuale garganica: lo scenario naturale, l’acqua risanatrice,le apparizioni e la pratica dell’incubatio. In Oriente, come più tardi in Occidente, l’Arcangelo viene venerato nelle sue funzioni di guerriero, in quanto capo delle milizie celesti, taumaturgo e psicopompo. In particolare, in ambito costantinopoliano, Michele diviene il protettore dell’imperatore, del condottiero militare, con la conseguente identificazione della devozione verso l’Arcangelo con quella per l’imperatore stesso.  

La tradizione fa risalire l’arrivo del culto micaelico sulla montagna garganica all’ultimo decennio del V secolo, fissando al 490, 492 e 493, le tre apparizioni dell’Angelo (due delle quali al vescovo di Siponto). Le origini del culto micaelico, tuttavia, potrebbero essere anticipate alla metà del V secolo, quando il Cristianesimo, dopo essersi diffuso nelle circostanti zone pianeggianti, raggiunse anche quelle impervie del promontorio.
La ricostruzione della storia del Santuario e del culto dell’Angelo sul Gargano si fonda prevalentemente sul Liber de apparitione Sancti Michaelis in monte Gargano (Apparitio), operetta agiografica variamente datata dal V all’VIII secolo, e ricca di elementi miracolistici, il cui racconto comprende tre episodi:  

L’episodio del Toro   

«Vi era in questa città un uomo molto ricco di nome Gargano, che, a seguito delle sue vicende, diede nome al monte. Mentre i suoi armenti – ne possedeva tantissimi – pascolavano qua e là per i fianchi dello scosceso monte, avvenne che un toro, che disprezzava la vicinanza degli altri animali ed era solito andarsene da solo, al ritorno del gregge, non era tornato nella stalla. Il padrone, riunito un gran numero di servi, cercandolo in tutti i luoghi meno
accessibili, lo trova, infine, sulla sommità del monte, dinanzi ad una grotta. Mosso dall’ira perché il toro pascolava da solo, preso l’arco, cercò di colpirlo con una freccia avvelenata.
Questa ritorta dal soffio del vento, colpì quello stesso che l’aveva lanciata.»
(Apparitio)

   

 La prima apparizione dell’Arcangelo
«I cittadini, turbati e stupefatti del modo in cui era avvenuto l’evento – non osavano infatti avvicinarsi di più – consultano il vescovo sul da farsi. Ed egli, indetto un digiuno di tre giorni, sentenziò che ci si dovesse rivolgere a Dio.
Così fatto, il santo Arcangelo del Signore parlò in visione al vescovo: “Hai fatto bene a chiedere a Dio ciò che era nascosto agli uomini. Un miracolo ha colpito l’uomo con la sua stessa freccia, affinché fosse chiaro che tutto ciò avviene per mia volontà. Io sono infatti l’Arcangelo Michele, che sto sempre al cospetto del Signore. E poiché ho deciso di proteggere sulla terra questo luogo ed i suoi abitanti, ho voluto attestare in tal modo di essere di questo luogo e di tutto ciò che vi avviene, patrono e custode.» (Apparitio)
  

La Battaglia e la seconda apparizione
Nel secondo episodio si narra di una battaglia che i Napoletani (Bizantini) mossero contro Sipontini e Beneventani (Longobardi); la descrizione  dell’evento è stata recentemente interpretata come testimonianza di un violento terremoto che avrebbe colpito il Gargano.
«Nel frattempo i Napoletani, che vivevano ancora nell’errore a causa dei loro riti pagani, tentarono di sfidare in guerra i Sipontini ed i Beneventani che distavano da Siponto duecentocinquanta miglia. … Ed ecco che la stessa notte, che precedeva il giorno della battaglia, appare in visione al vescovo San Michele, dice che le preghiere sono state esaudite, promette di essere presente e ammonisce di dare battaglia ai nemici all’ora quarta del giorno. Di buon mattino, dunque, lieti e sicuri della vittoria promessa dall’Arcangelo, i cristiani affrontano i pagani. Alle prime avvisaglie del combattimento, la montagna del Gargano è investita da un fragore inaudito; fulmini, l’uno dopo l’altro, e nuvoloni neri avvolgono la sommità della montagna … Fuggono i pagani, alcuni per le armi dei nemici, altri colpiti dalle frecce infuocate che li inseguono fino a Napoli. Infine i Napoletani, moribondi, entrano
nelle mura della loro città, mentre i loro avversari distruggono ogni cosa.» (Apparitio)
  

L’episodio traduce in forma leggendaria una realtà storica.
Verso la metà del VII secolo si giunse allo scontro tra Bizantini e Longobardi: i primi attaccarono il Santuario garganico, in difesa del quale accorse Grimoaldo I, duca di Benevento (647-671). Le motivazioni che spinsero i Bizantini a compiere una spedizione sul Gargano vanno probabilmente ricercate in questioni politiche e religiose, prima fra tutte la necessità di mantenere salde le loro posizioni in Puglia, riaffermando la propria egemonia sulla regione garganica. Tale battaglia, cui farebbe riferimento il secondo episodio dell’Apparitio, sancì ufficialmente il legame tra il culto dell’Angelo e il popolo longobardo. La vittoria riportata da Grimoaldo, protetto da San Michele, fu descritta negli stessi ambienti longobardi come voluta dallo stesso Arcangelo; essa sarebbe avvenuta l’8 maggio, divenuto in seguito il dies festus dell’Angelo sul Gargano, accanto a quello tradizionale, di provenienza romana, del 29 settembre.  

La Dedicazione e la terza apparizione dell’Arcangelo
  

«Intanto i Sipontini rimanevano in dubbio su cosa fare del luogo e se si dovesse entrare nella chiesa e consacrarla … Ma la notte l’angelo del Signore Michele apparve al vescovo di Siponto in visione e disse: “Non è compito vostro consacrare la Basilica da me costruita. Io che l’ho fondata, io stesso l’ho consacrata. Ma voi entrate e frequentate pure questo luogo, posto sotto la mia
protezione”.»
  (Apparitio) 

 

 

L'episodio del Toro illustrato da Priamo della quercia, sec. XV.

La consacrazione della Grotta, sec. XIV

      

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