L’Età moderna

Il piazzale antistante l’ingresso della Basilica, che nel corso degli secoli fu affollato di edifici, prese il nome di “atrio della colonna”, per la presenza di una colonna sormontata da una statua dell’Arcangelo, rimossa in occasione della risistemazione del piazzale, avvenuta nel 1865 su progetto dell’ingegner Giovanni Faiella di Foggia. In questa occasione nacque la facciata a due arcate, di cui la sinistra è una ripresa “in stile” di quella originaria.

L’antica facciata della Basilica e l’atrio della colonna sono documentati in un acquaforte della fine del Settecento, tratta dal Voyage pittoresque dell’abate di Sant-Non.

Il piazzale, ingombro di costruzioni, è animato dalla vivace presenza delle bancarelle dei mercanti e dei sammecalère nel giorno della festa dell’Arcangelo.

Nel museo lapidario è conservata una scultura di San Michele Arcangelo, opera quattrocentesca di autore medievale, rinvenuta sulla tettoia della facciata. Fonti locali la identificano con la statua presente nella nicchia della facciata di età angioina.

L’interno della Grotta

Tra la fine del XVI secolo e la prima metà del successivo, l’arcivescovo Domenico Ginnasio (1586 – 1607) fece scavare il fondo della Grotta nell’intento di creare un più ampio presbiterio, consono alla solennità delle messe pontificali. Nei primi decenni del Seicento lo stesso prelato recintò con lastre il rame il:

“… sasso della sagrata grotta in forma d’Altare sopra del quale furono trovate due vistigie seu pedate, come di fanciullo impresse nella nave…”

Platea 1678

La profonda oscurità della Grotta, nel 1680, suggeriva al Cavaglieri un’interessante similitudine:

« “Premetto che questa riverita Spelonca sia simile alla Spelonca del San Sepolcro poiché, scrive Il Brocardo: “ Spelunca Sancti Sepulchri ex  omni parte clausa est, nec lumen recepita b estrinseco” (la Spelonca del Santo Sepolcro è chiusa in ogni parte e non riceve alcuna luce dall’esterno) così appunto questa lume naturale non ha, se non dalla fenestra del Coro, e dalla porta artificiosamente formate. “Sed continuo” aggiunge il Brocardo, “Pendent novem accensae lampades lumen administrantes” (ma di continuo vi pendono nove lampade accese che distribuisco luce). Tante appunto son le Lampane, che da tempo immemorabile pendolano avanti l’Altare di San Michele. »

Le antiche statue d’oro e d’argento dell’Arcangelo

Il San Michele Arcangelo fatto realizzare in marmo per l’Altare delle Impronte, all’inizio del XVI secolo, fu proceduto da statue in oro ed in argento commissionate da membri della casa reale angioina ed aragonese.

La notizia più antica, tramandata dalle fonti (Schulz 1860), riguarda le 20 once lasciate in legato testamentario da Maria d’Ungheria, sposa di Carlo II d’Angiò defunta nel 1323, per una statua d’argento affidata all’opera degli scultori Dynus da Siena e Galardus  di Somma da Napoli.

Se risulta oscura la sorte di questa più antica statua, le vicende di quelle successive sono minuziosamente riportate dal Summonte:

«… essendo nato il Carlo Terzo, figlio di Luigi duca di Durazzo, nella città del Monte Gargano fu battezzato nella Chiesa suddetta di San Michel’Arcangelo in una conca d’oro, la qual poi fu convertita in una statua di quel glorioso Arcangelo, e posta nel miracoloso altare di quella Chiesa. Questa statua poi Re Alfonso dubitando non fusse da nemici rubbata la ridusse in moneta la qual fu chiamata Alfonsina, promettendo quella restituire in tanti argenti, per ornamento di quella Chiesa, il che fu poi da lui adempiuto formando una statua di San Michele Arcangelo, che fu una delle cose d’argento converse nella suddetta moneta con la sua figura da Ferrante…. » (Summonte ed. 1675)

Sono note diverse emissioni di monete, databili agli anni di Ferdinando I, che rispondono alla descrizione presente nel testo di Summonte:

« … e fattone battere monete, gli furono molto profittevoli alla guerra, le qual divennero chiamate Coronati dell’Angelo, perciò che si ben da una parte si scorgeva la testa del Re con l’iscrittione -  Ferdinandus Dei Gratia, etc. – dal riverso statua impresse l’effigie di Saint Michel’Arcangelo, con queste parole – Iusta tuenda – significando ciò esser stato fatto per difender il giusto»

Summonte ed. 1675

La statua di marmo

La singolare vicenda di ripetute donazioni ed immancabili requisizioni fu definitivamente risolta con la commissione di una statua di marmo:

« …In luogo poi della detta statua il Re Cattolico [Ferdinando] in processo di tempo devotissimo di detta Chiesa (che perciò n’andò a visitarla di Napoli fin là à piedi) fè fare dal Gran Capitano [Consalvo di Cordova] una statua di marmo, facendouene istanza il Clero di esso, e comunità di detta città… » (Summonte ed. 1675)


Collocata sull’Altare delle Impronte dove, nel 1576 la vide Serafino Razzi, la statua è opera di altissima qualità ed immagine archetipica per la devozione. Riferita ad Andrea Sansovino, sulla base di una tradizione locale, è stata recentemente attribuita allo scultore toscano Andrea di Pietro Ferrucci, attivo a Napoli in  ambienti vicini alla corte spagnola.

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