I Normanni

XI SECOLO
TRA BENEDETTINI E NORMANNI

“Quando piacque al Signore…che la terra di Puglia non fosse più dominata dai Greci che da molto tempo la occupavano, i Normanni famosi come feroci cavalieri, entrarono in Italia, e cacciati dai Greci, ne diventavano padroni. …Alcuni di loro ascesero al monte per sciogliere un voto fatto a te, Arcangelo Michele. Ivi incontrarono un uomo, di nome Melo, vestito alla greca e si meravigliarono che indossasse un insolito costume da esule e avesse il capo cinto da uno strano copricapo con bende arrotolate. Gli chiesero chi fosse e donde venisse. Rispose di essere di stirpe longobarda e nobile cittadino di Bari, ma costretto all’esilio dalla ferocia dei Greci. ” “Come mi sarebbe facile il ritorno in patria, se alcuni di voi mi venissero in aiuto …

Poema storico di Guglielmo Pugliese…., libro I


E’ significativo che, secondo la tradizione, la dominazione normanna dell’Italia meridionale sia collegata ad un pellegrinaggio al Santuario di Monte Sant’Angelo.

Di fatto l’episodio narrato da Guglielmo di Puglia forni una legittimazione all’intervento dei Normanni, che, pochi anni più tardi, si sarebbero prepotentemente inseriti nel conflitto tra Oriente e Occidente impadronendosi delle terre del Sud nel ruolo di difensori della Chiesa.

Quasi certamente, già dalla metà del secolo XI, sotto l’egida di Roberto il Guiscardo, si provvide ad una più articolata ristrutturazione e riorganizzazione della Chiesa Grotta. Della sistemazione che il complesso micaelico doveva aver ricevuto all’epoca non abbiamo nessuna documentazione, ma vari indizi autorizzano a immaginare un assetto affine a quello che conosciamo, nel quale inserire l’ingresso monumentale, le porte di bronzo e forse le suppellettili marmoree.

IL PORTALE DI ACCESSO ALLA NAVATA

Il portale marmoreo, con stipiti a tre risalti, che incornicia le ante bronzee, introduce oggi alla navata angioina aprendosi sul vestibolo (o atrio interno).

La lunetta è chiusa da un doppio archivolto rifatto, sul quale è riportata una iscrizione con le parole che l’Arcangelo avrebbe rivolto, secondo la tradizione, al vescovo Lorenzo:

UBI SAXA PANDUTUR/ IBI PECCATA HOMINUM DIMITTUNDUR/ HAEC EST DOMUS SPECIALIS/ IN QUA QUAEQUE NOXIALIS ACTIO DILUITUR

(QUI) DOVE LE ROCCE SI APRONO VENGONO RIMESSI I PECCATI DEGLI UOMINI. QUESTA E’ PA DIMORA SPECIALE NELLA QUALE OGNI COLPA VIENE LAVATA.

Non si conosce l’ubicazione originaria della porta, evidentemente rimontata e sopraelevata per adattarla alla navata duecentesca; ma numerosi indizi tra i quali l’assenza, nell’atrio, di elementi riferibili al periodo angioino suggeriscono che l’atrio e l’ingresso facessero già parte di una sistemazione del complesso della prima età normanna, suggellata dal dono delle ante bronzee.

LA PORTA DI BRONZO

Le due ante, come attesta una iscrizione, furono eseguite nel 1076 nella regale città di Costantinopoli, su commissione dell’amalfitano Pantaleone, della nobile famiglia dei Mauroni, che ne fece dono al Santuario. Costituite da una pesante intelaiatura di legno rivestita di formelle di oricalco (lega di rame, zinco, piombo e poco argento), fissate da robuste cornici dello stesso metallo, fermate da borchie, appartengono ad un gruppo di opere analoghe, tutte di manifattura bizantina, concentrate tra Lazio e Campania. Tipica delle officine di Costantinopoli è anche la decorazione ad agemina – disegno inciso nel metallo e  sottolineato da niello, arricchito da applicazioni di lamine in argento – mentre le iscrizioni in latino e alcuni soggetti rappresentati rifletto le indicazioni di un ideatore, forse diverso dal committente (probabilmente il vescovo di Siponto o lo stesso clero della Basilica).

Sulle formelle è raffigurato un “ciclo di salvazione” che, attraverso la guida dell’Angelo del Signore, conduce gli uomini alle porte del Paradiso. La leggenda garganica è rappresentata dalle tre apparizioni dell’Arcangelo a Lorenzo, santo vescovo di Siponto, raffigurate su altrettante formelle secondo un’iconografia stereotipata. La presenza, su una formella, dei SS. Martiri Cecilia e Valeriano, incoronati dall’Arcangelo costituisce una esplicita allusione alla Chiesa di Roma.

L’apparizione, su un’altra formella, di due angeli a San Martino di Tours, può essere invece considerata come segno di omaggio ai dominatori normanni o di ossequio al vescovo di Siponto (il benedettino Girardo), proveniente da Montecassino, dove una cappella era dedicata appunto al santo di Tours.

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